Il rugby più autentico visto e vissuto da Marco Turchetto, E’ la pop inchiesta di #rugbyljamagazine sul rugby italiano e sulla sua comunicazione .

RUGBYLJA: ” Ciao, tutto bene? Ti lancio alcuni spunti per una delle nostre consuete carrellate di opinioni da parte di addetti ai lavori del rugby e dei media: È possibile raccontare in modo nuovo il #rugby ad una società sempre più distratta e superficiale? Domanda che ne pone subito altre, ancora più impegnative: ma a noi, il rugby, a cosa serve? E cos’è davvero il rugby in Italia oggi? Ti ringrazio, in anticipo, un abbraccio 🙂
A domani 👍🏼

” Cavoli non pensavo proprio fosse passato così tanto tempo!
 Scusami davvero per il ritardo!
Raccontare in modo nuovo il rugby? Non c’è bisogno di un modo nuovo. C’è bisogno di un flusso efficiente di informazioni societarie da una parte e di racconti efficaci – per il modo e per il canale scelto.
 La carta stampata ha le sue regole e la sua dimensione. Chiedere spazio in più ad una nazione che non produce nelle sue massime espressioni un rugby vincente è assurdo.
La notizia che ha sbattuto il rugby in prima pagina sul Corriere della Sera è l’incredibile storia di Rebecca. Una fine assurda, senza dubbio, che può far riflettere su quanto sia esile e temporaneo il nostro vivere. Ma anche una storia che è, purtroppo notizia e che quindi legittima il flusso sul web di notizie a lei riferite.
La televisione ha altre esigenze, entertainment e cash. E il nostro rugby non ha competenze rugbysti che tali da far nascere prodotti ovali differenti da quelli che esistono. E a cui dobbiamo dire grazie.
Dmax ed Eurosport per il macro. Ma anche TuttoRugby di Mastrocola sul micro, sul locale. Sul rugby di base.
Ed infine il web: il rugby esiste. Viene raccontato e frutta l’impareggiabile vantaggio di non avere limiti di spazio o di tempo. Si può narrare tutto.
 Ma come? partiamo dal presupposto che parecchi sbagliano nel riferirsi al mondo reale traendo spunto dal web. A volte mi dicono “hai visto Turco, ne parlano tutti!” o, cari amici, ne parlano tutti coloro che tu segui sul web. E che qualcun altro potrebbe dire “solo quelli che tu segui sul web”
Allora cosa dire del rugby raccontato?
Io adoro il rugby delle salamelle e dei ragazzi che in serie B saltano l’allenamento per prepararsi un esame universitario o perché devono lavorare proprio prima dello spareggio. E che non è un rugby da podio, sia ben chiaro.
 Avversioni, ripicche, ignoranza, logiche campanilistiche, incapacità manageriali e limiti tecnici degli allenatori: nel rugby di base si vede tutto questo e sempre. Ma lo spirito del divertimento coinvolge tutti. Anche gli spettatori.
 Il rugby serve a questo: a divertirsi. Come tutti gli sport.
 A divertirsi e a divertire.
 Ad essere persone migliori in un gruppo che ha delle regole comportamentali.

 Il rugby oggi in Italia è, a livello professionistico, un sogno bruciato. Che puzza di bruciato. Che permette un agonismo perdente di alto livello ad 80 persone e un tifo impaziente e snervante ad un movimento intero.

 Motivo per cui dobbiamo ringraziare le tv e Rugby Channel per ciò che viene offerto.
A livello amatoriale, è la meraviglia di ragazzini, di genitori, di società di vecchi bidoni ma di forti giovani che amano ciò che fanno con una consapevolezza semplice e vera. Nella maggior parte dei casi.
 Ecco, allora è più gustoso raccontare e leggere di questo livello. C’è maggior empatia, nulla di più. Le emozioni sono amatoriali.
 Cazzo, il Rho non ce l’ha fatta and andare in serie B!
 Sempre sia giocato, amen.