Dici rugby e pensi ad un sacco di cose, poi ti fermi pensandone ad una in particolare: il tempo dell’educazione, quello che passa tra quando un bambino viene al campo e quello che sarà il suo tempo della vita. Non sapremo mai che cosa sarà dentro questi tempo.

Luigi Capra ha scritto un articolo che Alessandro Acito di Rugbylja ci ha girato. Lo pubblichiamo. Parla della cosa più preziosa e difficile del rugby. Sapere dove andremo nel tempo della nostra vita. A cosa, del rugby, porteremo come bagaglio con noi!

 

“Ero fuori col cane…
Vedo un ragazzone da lontano venire nella mia direzione. Lo guardo e mi dico che lo conosco. Lui mi guarda, si ferma e mi chiede se mi ricordo di lui…

Ammetto di conoscerlo ma non di “ricordarmi”. “Mohammed, di Aquilone” mi dice. Allora, mi ricordavo bene: il problema è che quel ragazzo ora, dopo 3 anni, assomiglia più ad un adulto che ad un bambino, con un taglio di capelli nuovo e con un’aria nuova.

È cambiato…

E allora mi trovo a riflettere sull’educazione: educazione la cui “tensione al cambiamento” è la ragion d’essere del costituirsi dell’esperienza educativa (Tramma, 2008).

Lui si ricorda… si ricorda della “Bottega” che almeno a lui ha cambiato (e probabilmente salvato) la vita. Ora va alla scuola pomeridiana, e ha l’aria di un ragazzo maturo e con la testa sulle spalle. Allora mi preoccupava quello che sarebbe potuto diventare.

E allora mi dico come il nostro compito da educatori sia per lo meno cercare e provare a salvarli tutti: cercare e provare!

Solo cercare e provare perché del risultato del processo educativo non possiamo esser certi, infatti i suoi risultati sono imprevedibili e mai certi.

Riccardo Massa amava scherzare affermando che “l’educazione non serve a nulla”, “nel senso che non sia possibile prevedere meccanicamente il suo buono o cattivo esito né tanto meno prefigurarne gli effetti, dal momento che essi possono trascendere le intenzioni dei loro attori e possono affiorare anche molto tempo dopo il suo compimento” (Antonacci, 2012, p.46).

Ma come educatori possiamo però provare a educare. A trasformare: a far raggiungere a chi ci viene affidato quella condizione adulta a cui mira il processo educativo stesso (Tramma, 2008).

Condizione adulta che significa disporre di un livello di istruzione sufficiente, esercitare capacità critica, essere autosufficienti [inteso come l’essere autonomi e indipendenti] nelle incombenze della vita quotidiana, partecipare al benessere collettivo (cioè percepirsi parte di una collettività e agire consapevolmente per l’aumento del benessere della/e collettività di cui si ritiene di essere parte), ed essere in grado di prendersi cura degli altri (Tramma, 2008, pp.65-67).

Una condizione adulta che porta a “scegliere e non invece farsi scegliere”, a essere capaci di orientarsi nell’esistenza e a poter dunque infine scegliere come vivere (Mariani, 2012).

Per questo possiamo e dovremmo provare a cambiare (e chissà, magari, a salvare) quelli che ci vengono affidati. Ma cercare e provare perché sappiamo bene di doverci “accontentare” di “quote di coerenza” (Tessaro, 2012): dobbiamo partire dal presupposto che, purtroppo, non è in nostro potere riuscire a cambiare (e dunque salvare) tutti coloro che incontreremo.

Nonostante questo, dobbiamo cercare e provare: perché dobbiamo davvero credere che ogni singola ora di educazione possa cambiare la vita dei nostri educandi (Recalcati, 2014).

E a RugBio questo lo facciamo con lo sport: cerchiamo di cambiare (e chissà, speriamo, di salvare) i ragazzi con una palla. Che sia ovale, rotonda, grande o piccola, lo scopo è sempre quello. Perché come disse una volta Antonello “il mondo al bambino lo cambi facendogli rimbalzare una palla davanti, con cosa sennò?”

*Nota al titolo

Nell’ episodio io avevo compreso che il nome del ragazzo fosse “Mohammed”, ma più tardi, a casa, grazie al vecchio elenco presenze, sono risalito al nome corretto, che è invece “Ahmed”. Ed è per questo che nel titolo il nome è differente da quello del racconto. Ho ritenuto significativo però riportare ugualmente l’episodio così per come si è svolto realmente in quegli istanti e ho scelto di inserire questa nota solo “a margine” per mettere comunque in luce la fragilità e la possibilità di sbagliare, in quanto esse fanno parte della condizione umana e dunque anche di chi, come me, educa.

L’autore di questo articolo per Rugbylja Magazine è Luca Capra. Ringraziamo Alessandro Acito di Rugbio per avercelo inviato ( e per il lavoro che, nonostante le sue tante ferite nel cuore e nei sogni, continua a fare).