comunicazione del rugby

La pop chat con Paolo Wilhelm sulla comunicazione del Rugby in Italia

Paolo Wilhelm, blogger di rugby con “ Il Grillo Talpa” e giornalista musicale a R101, è uno di quei milanesi abituati alle contaminazioni tra linguaggi, generi percorsi professionali. Nel “popolo della comunicazione del rugby” lui rappresenta con Turchetto, Fumero e un certo Raimondi – in parte – la scuola milanese che nel raccontare il rugby segue prospettive “fuori salone”, aperte a percorsi di formazione ed esperienze sfaccettate e personali. Nascono da qui le sue opinioni su cosa è il rugby in Italia oggi, e su come la comunicazione lo racconta o non lo racconta.

WILHELM: “ Inizierei da cosa è il rugby in Italia oggi.

Dobbiamo distinguere due diversi piani. Nel concreto è uno sport sempre più di nicchia che sta ormai attraversando da diversi anni quantomeno una mancata evoluzione. Una disciplina che non ha saputo sfruttare l’ingresso nel Sei Nazioni (e la conseguente cascata di soldi e di visibilità), quasi si fosse accontentato di aver varcato quella soglia. Il ragazzo è bravo, ha qualità, ma non si applica. Una roba così.

Entrare nel Sei Nazioni è stato un risultato enorme, sia chiaro, ma non si è trasformato in quella spinta per il movimento che in tanti si attendevano.

Dire che la nazionale stenta è un eufemismo, le franchigie stanno dando solo da quest’anno segnali di una inversione di rotta ma è ancora una crescita fragile, che va resa salda e continuativa. Il campionato nazionale è un lontano parente di quello di 10-15 anni fa.

Dalla FIR in giù c’è un ottimismo diffuso sempre più di facciata che non davvero sentito, un ottimismo che mostra la corda dopo tanti anni di risultati che non arrivano. Nel movimento la sfiducia è diffusa.

Il secondo piano è collegato a quanto detto finora, ed è quello dello storytelling, come dicono quelli bravi. Ovviamente da questi ultimi escludo quei 3-4 “siti gestiti il più delle volte da mentecatti incapaci di andare oltre il copia e incolla, incapaci di rendersi conto di fare un lavoro inutile e alienante”, come ebbe a dire una volta un noto plurivincitore di premi giornalistici di cui (purtroppo) non posso dirmi collega perché formalmente non lo siamo, a quanto mi risulta.

E di questa cosa mi dispiaccio sinceramente, chi lo si creda o meno.

Perché togliendo appunto quegli esaltati (o mentecatti, scegliete voi il termine che più vi aggrada) che grazie a un lavoro enorme, quasi sempre mal pagato e che a volte si accontentano solo di dare sfogo alla propria passione (tipo me), che tengono la luce accesa sulla palla ovale per 365 giorni all’anno, ecco a parte loro rimangono i grandi media, i giornaloni. Quelli del trafiletto a pagina 40 e oltre, che regalano un po’ di spazio in più al rugby solo a ridosso delle partite del Sei Nazioni e dei test-match di novembre. Prima e dopo è praticamente il buio, pure sulle loro versioni web. Quelli che per anni hanno praticamente intervistato solo Parisse e Castrogiovanni, perché tanto “gli altri non li conosce nessuno”. Che è vero, per carità, però magari se alle volte avessero fatto un minimo sforzo in più… Intendiamoci, voglio essere chiaro su questa cosa: non è colpa dei colleghi, ma delle strategie editoriali di chi dirige i quotidiani e che inevitabilmente riflettono la mancanza di risultati del nostro movimento.

Così, nel 2018, un po’ per tutti i media generalisti il rugby è ancora quello dei valori (come se avessimo il copyright e l’esclusiva…), del terzo tempo e degli atleti fisicati che si fanno fotografare un attimo prima di andare sotto la doccia.

Va bene pure quello, per carità, ma se c’è solo quel tipo di comunicazione allora abbiamo un problema.

Però magari mi sto montando la testa e sto dicendo cose fuori luogo, non abbastanza intelligenti. Opinioni da mentecatto insomma. Poco male, là fuori c’è sicuramente qualcuno pronto a rimettere me e i miei simili al posto che ci compete. Che da novello Giorgio Bocca dice chiaro e tondo le cose come stanno, dando patenti di intelligenza e stupidità a destra e manca. Che a pensarci bene poi Giorgio Bocca una cosa così non l’ha fatta mai o quasi mai, ma non perdiamoci dietro ai dettagli insignificanti.

Qualche giovane (più o meno) virgulto del giornalismo, non una vecchia cariatide come Giorgio Cimbrico o Luciano Ravagnani tra gli altri, gente che – diciamola tutta – ancora dà peso e importanza a cose vetuste e superate. Tipo il rispetto per il lavoro altrui.

Ecco, a pensarci bene pure questo è un bel problema per la comunicazione del rugby italiano.”