Ecco come penserà nei prossimi mesi il coach di Italrugby.

Torniamo a casa dalla trasferta in Inghilterra e dalla corroborante ” Beffa di Twickenham” con una prospettiva diversa sulle cose del rugby e su noi stessi. E se prima avevamo delle intuizioni – dopo averlo conosciuto conversando insieme – ora abbiamo la conferma del modo di pensare di Conor O’Shea e degli strumenti che lui e il suo staff stanno utilizzando e applicando sul campo, ma non solo. Si chiama Creativity, è ciò che da noi chiamiamo Pensiero creativo, semplicemente Creatività, ma che per gli Anglosassoni ha un significato molto differente nel termine che hanno scelto per definire la capacità di costruire idee nuove, originali e utili con le risorse che si hanno a disposizione ma ricombinate in maniera differente. Nulla a che vedere con la Creatività intesa come arte e bellezza in senso estetico ma piuttosto il ricercare una funzionalità logica.

Ci sono tre aree nella Creativity: l’Immaginazione, la Percezione e la Comunicazione. Tre aree che vanno messe in un sistema unico e bilanciate a seconda delle situazioni e delle necessità per costruire innovazione con ciò che abbiamo spesso dimenticato o accantonato ma che c’è e che adattiamo ( come faceva Robinson con le tecnologie della sua cultura d’origine sull’isola); sviluppando delle capacità di leggere la realtà in maniera diversa con delle percezioni allargate ma fuse in un ambiente ( come Trazan uomo tra gli animali nella giungla), con l’acquisizione di competenze di condivisione e di lavoro di gruppo ( come i Pokemon di Pikachù che si evolvono grazie alla simbiosi con il coach e i compagni e agli allenamenti e valori).

Ecco il nostro Coach applica proprio tutto questo bagaglio di conoscenze e sulla base di questa impostazione culturale e professionale sviluppa il suo linguaggio e i suoi obiettivi. Non è solo rugby quello su cui lui interviene, anche se è pagato per questo, ma è piuttosto il modo in cui noi consideriamo la nostra capacità di produrre innovazione ovvero la genesi di ciò che è il nostro rugby. Conor ha compreso tutto questo e la personalizzazione del suo rapporto con  i componenti dello Staff tutti indispensabili ma in maniera diversa; i colloqui-analisi con i singoli giocatori; lo stile di comunicazione reso più Friendly e meno specialistico per superare il “Gap Nicchia” verso gli investitori; l’insistere sempre sul concetto di Sistema ( trasparente, di gruppo, con forti legami e bassa distorsione ) e la Mission fatta propria da tutti i giocatori, manager e sui collaboratori: ” cambiare il rugby”, sono tutte sfaccettature di questo percorso. Una strada che prima o poi arriverà ad uno snodo: quando Conor – pur con il suo stile e la sua lucidità sorridente – metterà sul tappeto l’adozione di scelte al meccanismo del nostro rugby. Alla Presidenza Fir, ai club, ai media, ai praticanti, ai “politici del rugby”. Siamo noi ciò su cui questo Irlandese stà lavorando, smontandoci pian piano per riassemblarci in modo differente…come quella Ruck che ha mandato in bestia gli Inglesi. Attenzione a non complenderlo Conor O’Shea. Dietro quel suo gentile sorriso c’è moltissimo altro e quel moltissimo non sempre appartiene alla nostra cultura quotidiana e istituzionale.