Piccoli Rugbisti che danno sostegno ad un compagno di squadra in una immagine bellissima del RugbyParcoSempione.

Un’immagine di un club come tanti in Italia: il rugbyparcosempione che ferma un attimo, che solleva una speranza, un sogno, un dubbio anche: fra venti anni sarà ancora una immagine che varrà per la vita?

Il difficile, in ogni club – e tutti i coach lo sanno –  non è trasformare dei ragazzi di una stessa squadra in un team che si sostiene giocando, durante il periodo di frequentazione dei club.

Il difficile, la vera partita da giocare, è che questi ragazzi imparino – con naturalezza e slancio – a fare la stessa cosa quando, negli anni a venire, altri avversari li presseranno o distoglieranno.

Noi adulti, con i nostri valori economici e di status li distoglieremo dai valori di quanto il rugby ha insegnato loro; con la seduzione di guadagni e privilegi ed egoismi calpesteremo quello che oggi insegniamo loro.

Potrei elencarvi centinaia di casi di adulti e famiglie che insegnano ai loro piccoli ” automi ” pronti per la vita adulta che è meglio ” farti i fatti tuoi”, seguire i ” propri interessi”, ” pensare al sodo. Tanto sarà la famiglia a procurare amicizie e occasioni e opportunità.

Tra i sedici e i diciotto anni – durante le giovanili del rugby – il mondo si biforca e l’atavica legge del ” va avanti chi può e conosce” inizierà a scendere come una falce sugli anni belli passati in campo, giocando a rugby e credendo nella sua scala di valori.

Un’ impiego in banca e il sostegno dato ad uno di loro indigente; l’esclusione dalle fortune della vita e dai certi giri di qualcuno che non riesce a tenere il passo e resta dietro confidando in un sostegno che una volta c’era e che col tempo sarà sempre stemperato. Il difficile è questo: quando i ceti sociali e le opportunità separeranno questo gruppo di fratelli.

Facciamo si che ” fratello di rugby” non sia solo un concetto vuoto, una parola che può piacere ai coach e ai genitori per un periodo della vita; che quel fango e quelle botte che gli anni daranno, e senza sapere a chi, verranno lo stesso sostenuti.

Nel rugby non è difficile essere una squadra e sembrare duri. Nel rugby il difficile è riuscire ad essere gentili e forti, e sapere che non a tutti saranno date le stesse possibilità.

Chi va a meta, giocando a rugby, vince e porta a meta anche chi non tocca palla e lotta soltanto. Nella vita no: chi va a meta rischia di farlo soltanto per conto proprio e chi resta dietro, annaspa nel fango e nemmeno ai Terzi tempi avrà l’onore di essere invitato.

Facciamo che non sia così. Facciamo finta che l’Italia del rugby possa imparare dal nostro sport ad essere meno cinica ed egoista. Facciamo finta che del rugby, più che gli stupidi rituali, si impari lo spirito e le leggi morali non scritte.