15.10.2016 ore 00:15

Questo torneo segna per me il primo anno nei Lovers.

Mi sento ancora una recluta, ma far parte di questo gruppo è stato un gran regalo per me.

Sono qui, a notte fonda, con l’adrenalina e un po’ di birra che continuano a circolare nelle vene e che non mi fanno dormire. Mi alzo, un po’ di ghiaccio sulla spalla non mi pare una cattiva idea. Accendo il computer, scrivo di questa giornata. Pensieri alla rinfusa, impacciati e stanchi come me.

Un anno di rugby.

Lo guardo da vent’anni, ma mai avrei pensato di iniziare a giocarlo alla mia età. Poi ho incontrato il Conte (ebbene si, proprio lui) al Tir Na Nog e tutto è iniziato.

Ora mi ritrovo qui a guardare i miei lividi e a sorridere. Assurdo, ma è quello che mi succede mentre cerco inutilmente il Lasonil. Chissà dove cazzo l’ho messo.

Rivedo Winx che corre in meta e io là dietro ad urlare a squarciagola “metti le aliiii”. Roba da ricovero psichiatrico immediato. Vedo Paolo con la maglia grondante di sangue e la grinta feroce del Mago che non vuole che esca. Sorrido, ma c’è tanta roba da imparare in questo atteggiamento, Anche il tentativo di Paolo di stare in campo è un grande esempio: “non sanguina più” ha provato a dire all’arbitro prima di capire che doveva farsi dare cinque punti al mento.

Non c’è logica nel desiderio di soffrire, ma vogliamo tutti essere in campo, siamo tutti in campo, anche quelli fuori, a lottare e dimostrare che siamo una squadra di rugby. Non c’è taglio, non c’è livido che tenga. Tutti quelli costretti ad uscire lo hanno fatto col viso imbronciato di chi non voleva, ma anche da bordo campo si continua a lottare con un cuore solo, perché siamo una squadra. Una grande squadra.

Perché io l’ho visto.

Ho visto nelle facce degli avversari il rispetto per la nostra squadra, ho visto nelle strette di mano a fine partita il tributo vero a chi quel rispetto se l’è guadagnato in campo. Ed è stato bellissimo. Mi sono sentito parte di qualcosa di più grande di me, che in qualche modo mi apparteneva già e che finalmente ha trovato la sua espressione. Non saprei come altro spiegarlo. Forse condivisione, forse empatia, non lo so.

Confesso che a volte ho pensato che fosse esagerato chiamare fratelli delle persone che conoscevo appena. Un fratello l’ho perso quando ero solo un ragazzino e questa parola ha un valore un po’ speciale per me. Ma se un fratello è colui che ti incita, che ti aiuta, che ti sostiene, che ride e che soffre con te, che ti abbraccia a prescindere dal fatto che abbia fatto bene o che abbia sbagliato, allora non posso fare altro che chiamarvi Fratelli, dando ancora più significato a questa parola già tanto importante per me.

Mi ritrovo a quarantacinque anni a scrivere di emozioni tipiche degli adolescenti, ma va bene così, mi fa bene, sorrido di più con i miei bambini, vedo che il mio entusiasmo li coinvolge.

É sciocco pensare di volerlo rifare al più presto mentre mi lecco ancora le ferite, mentre il ghiaccio sulla spalla si è già sciolto e il sonno inizia a stordirmi più del Toradol, ma è così. Non vedo l’ora di tornare in campo con tutti voi.

Si è fatto tardi, domani è solo tra qualche ora. Torno a letto con un bel sorriso ebete stampato in faccia e i muscoli che cantano inni blasfemi ad ogni passo.

Buonanotte Fratelli.