Il dopo Nazionale

Tutti gli sportivi, oltre la preoccupazione e l’ansia da prestazioni per raggiungere il successo, hanno un altro grande e continuo pensiero.

Cosa faranno dopo aver appeso gli scarpini al chiodo?

Alcuni si buttano in politica, altri in tv, certi aprono ristoranti, imprese turistiche o diventano imprenditori.

E’ un discorso solo apparentemente leggero perché denota quello che è un argomento molto importante per tanti ragazzi che al rugby dedicano o iniziano a dedicare la vita: si può campare solo di sport in Italia oggi, di rugby e dei suoi allori, in particolare?

No, la risposta è secca e sgraziata come un placcaggio di Favaro.

Pazienza, rende.

Perché qualcuno, per un periodo di tempo – diciamo il primo decennio del secolo – ci aveva creduto in questa faccenda qui.

Il rugby avrebbe insidiato il calcio tra le passioni degli Italiani.

Ci si sentiva forti e sicuri.

Si facevano libri e articoli di giornale e si presenziava a Sanremo e in tante altre trasmissioni tv per non dire delle sfilate di moda e delle convention aziendali.

Ricordo che ci fu chi lo disse e chi ci credette.

Oltre a guadagnare giocando il rugby avrebbe anche creato posti di lavoro e opportunità.

Sarebbe stata una passione che avrebbe restituito tanto al tempo e ai sogni dati con generosità.

Il rugby non dimentica i suoi figli.

Ma il tempo si girò dall’altra parte, a fare i conti con tanti aspetti molto più complicati dell’industria sportiva che sembrava aver scelto il rugby come lo sport del futuro.

L’essere uno degli sport che, in quei famosi dieci anni, crebbero di più come sponsorizzazioni non è poi servito a tanto per quegli atleti del giro azzurro che, nei primi anni del 2000, ci fecero spellare le mani e battere il cuore.

Infrastrutture e risultati non sono stati funzionali a questa vertiginosa lievitazione di consensi – è vero – ma capitò anche che il rugby, si avviluppò su se stesso per proteggersi dai tanti che, sull’onda dell’entusiasmo, volevano saltare sul carro del vincitore e fare affari con lui.

La fortuna deve baciare chi ha sudato e fatto fatica tra fango, sudore e pioggia.

Sono i nostri valori, solo i nostri; già valori.

Eppure, anche la storia dei valori: beh su quella hanno cavalcato la tigre in diversi.

Solo i più sinceri e i più abili però, sono riusciti a creare qualcosa davvero.

A tanti, ai più – il fine carriera presentò solo dubbi, pensieri, compromessi e rinunce.

Sembrò così, per il rugby e per i suoi personaggi, di trovarsi improvvisamente dentro quel buco ai piedi di un grande albero in “Alice nel paese delle Meraviglie”.

Un po’ si era troppo grandi per il mondo, un po’ era il mondo ad essere troppo grande per i protagonisti del rugby di quel tempo.

Un tempo che ancora stiamo vivendo senza accorgerci di cosa siamo, per non aprire gli occhi su quello che sarà quando ci sveglieremo.