E’ vero, non è da tutti cavar soldi dal rugby in Italia. Ci sono tanti luoghi comuni sul rugby visto come mestiere, lo sappiamo benissimo, e tanta considerazione sovradimensionata purtroppo, se non in malafede.

E’ un mondo già di per se ristretto e per pochi, non ci piove. Lo è per gli equilibri mondiali; lo è per le scelte che non tengono conto di tante realtà ma restringono le possibilità di emergere a pochi percorsi; lo è per uno scenario italiano che considera il rugby uno sport minore, per dirle più elegantemente ” di nicchia”. Solo che l’anomalia  è la percezione che noi stessi praticanti e tesserati abbiamo di questa nicchia.

La nicchia del rugby italiano è piccola, ristretta in un angolo sui media e nel giro di soldi che genera. Non è un mistero. Eppure tutti, e alzi la mano chi non lo ha fatto, abbiamo pensato che questa nicchia sarebbe prima o poi esplosa in una forma architettonica ampia e comprensiva di passioni e personaggi popolari; e ovviamente di investimenti. Oggi il mondo del rugby è diviso in due: settore della Nazionale, che ruota intorno alla Federazione e tutto il resto ( dalla serie A in giù). Prima c’è una terra di mezzo, ibrida e poco allettante chiamata Eccellenza giusto per educazione. Rispetto pieno per i sacrifici che si fanno per far stare in piadi tutto il carrozzone ma – ad essere lucidi – non è che sia una situazione molto propensa ad una qualche speranza. Pochi lavorano nel rugby e guadagnano la pagnotta. Molti ci tirano qualcosa giocandosi quel che possono. Tantissimi ci perdono soldi e tempo e illusioni. Perchè la speranza che il trend cambi c’è sempre, ma la realtà di come è strutturata la nostra società è un muro di cemento armato che blocca ogni modifica nello stato delle cose. Mettiamoci poi alcune caratteristiche di noi Italiani e il cemento e le sue maglie di ferro si stringono ancora di più. Centinaia di giocatori, educatori, dirigenti aspettano che i soldi giungano falla Federazione; che la Federazione faccia campi e dia attrezzature, che elargisca premi per delle attività.

Si gioca troppe volte per prendersi il gettone di presenza agli allenamenti, che magari si saltano, per poi fare presenza nella rifinitura prima della partita, quando si decide chi andrà in campo. Per non parlare di compensi ad allenatori e a giocatori sotto diverse forme. E come contropartita? Beh, la presunzione di molti club che siano gli sponsor a dover venire alla montagna un po’ sbrindellata del rugby e non viceversa: adattare il rugby per andare a sedurre gli sponsor fornendo loro attrattiva e visibilità.

Per tutto il resto c’è la federazione a cui succhiare come dalla mammella di una mucca gravida. Salvo poi. scoprendo, via via che si cresce di categoria, che a guadagnare qualche soldo son solo quelli che lavorano in Federazione mentre per gli altri… passato il tempo dei sogni, restano le lacrime del risveglio.

Ultimo caso, ma non meno importante: poi c’è tutta una serie di personaggi che cercano di vendere qualcosa alla Federazione e al promo rifiuto, alla bocciatura della proposta – pur se in passato ne son stati a lungo beneficiari – sputano nel piatto. ( Ma questa è tutta un’altra storia 🙂 I’s real pop rugby!