All’inizio fu Rugbio, un’idea di rugby fuori dai territori tradizionali del gioco e che col gioco cercava di seminare altre cose nella vita: i valori tra culture. Partì tutto da qui, va tenuto a mente.

Non per assegnare meriti che di suo la visionarfietà realista di Alessandro Acito ha, quanto piuttosto per capire tutto quello che contro un rugby che voleva vivere libero e differente fu fatto. Da diversi anni parliamo di Pop rugby, oltre il fiume è ancora rugby, non lo abbiamo detto invavano anni fa.

Perché poi le cose sono andate come era nell’aria, nella cultura e negli stili di vita del tempo. Ancora Milano, la sperimentale Milano, quando portò il rugby in un parco con Antonio Raimondi, per far vedere che gioco era ai bambini che guardavano dalle finestre dei palazzoni della periferia. Che nacque per sostenere i club nella promozione ma che andò oltre.

Così non mi ha sorpreso oggi di  Napoli che offre al rugby il suo bosco Reale a Capodimonte. Dario Calapai e la sua Partenope, insieme al museo che gestisce questo incanto di storia e natura dove un campo permanente sorgerà per tutti, gruppi di amici e famiglie. Qualche anno fa si parlava di Città Sostenibili, dove i bambini erano l’indicatore di riferimento. Oggi anche lo sport, col rugby, fa la sua parte insieme ai bambini. Abbiamo trovato una formula incredibile di cui ancora sfioriamo le potenzialità.

Il rugby nell’Italia della natura e della bellezza ci darà tanto, più di quanto immaginiamo. Non abbiamo inventato nulla, abbiamo iniziato a divertirci con il rugby a modo nostro.