Mi sono domandato spesso perché il Rugby non sia uno sport seguito dal grande pubblico. Forse è visto come qualcosa di impegnativo, fuori dagli schemi, difficile da capire, anche se poi i valori che lo contraddistinguono sono conosciuti e condivisi da molti. Almeno questo è ciò che io pensavo; bello sport, grandi valori, ma adatto a pochi, a super appassionati.

Quello che segue è il racconto del mio imprinting con questo sport e la spiegazione di quanto le mie prime impressioni fossero sbagliate e superficiali. Spero che poche righe servano a portare qualche tifoso in più sugli spalti e qualche ragazzino in più a sporcarsi su un campo, alla scoperta della palla ovale.

La curiosità di conoscere più da vicino questo sport rimase per molto tempo solo un vago pensiero, fino a quando non ebbi l’occasione di andare a vedere la mia prima partita allo stadio. All’epoca avevo più o meno venticinque anni e avevo appena concluso la mia poco gloriosa carriera calcistica. Non sapevo cosa aspettarmi di preciso, ma certamente non pensavo di rimanerne così stregato.

Fu amore a prima vista. Dal mio ingresso allo stadio al dopo partita, che solo quel dì imparai a chiamare terzo tempo, non smisi un secondo di divertirmi. Ricordo bene gli spalti, pieni di gente che chiacchierava, beveva birra e andava avanti e indietro dal bar per fare rifornimento di cibo e vettovaglie di ogni genere. Ricordo bene alcune mamme indaffarate come in una gita fuori porta ad aprire le sacche con i panini e bibite per i loro bambini che, tra un morso e l’altro, vagavano senza meta tra i gradoni del piccolo stadio. C’era un ingiustificato clima di festa, sereno e amichevole, che proprio non mi aspettavo. Mi sentii subito a mio agio e anche se non avevo la minima idea di quello che stesse succedendo in campo, non me ne preoccupai più di tanto.

Quella prima idea di sport per super appassionati era immediatamente svanita, anzi l’impressione fu proprio quella che molte persone, come me, capissero molto poco delle regole che vigevano in campo. Dal mio punto di vista vedevo battaglie, mischie, passaggi all’indietro e corse, il più delle volte bruscamente interrotte dagli avversari. Capii abbastanza velocemente che non potevo guardare quello sport come se stessi guardando una partita di calcio, non solo perché non avevo gli strumenti per giudicare tecnicamente la partita, ma perché in fondo era superfluo farlo.

La bellezza stava da qualche altra parte.

Mi misi a cercarla, nel gioco certamente, ma anche negli occhi del pubblico che mi circondava e la trovai quasi subito, lasciandomi trasportare dalle emozioni che provavo.

Iniziai a vedere il coraggio, il rispetto, la forza, quell’incoscienza che trasformava ai miei occhi i giocatori in campo in eroi medievali alla conquista di un fantomatico castello nemico. Sugli spalti, trasportati dalle loro gesta, stavamo a goderci la giostra, ebbri di gioia e dimentichi delle pene quotidiane.

Quel giorno ovviamente non c’era nessun castello da conquistare ma questa immagine non mi ha più abbandonato. Ancora oggi non posso fare a meno di scorgere gesta da eroe romantico in un bel passaggio al compagno, in un placcaggio ben riuscito o in una cucitura al sopracciglio fatta alla bell’e meglio senza uscire nemmeno dal campo. Ma questo ovviamente rimane un problema mio.

Nel tempo mi sono appassionato sempre di più. Il regolamento, alla fine, non l’ho mai imparato del tutto, ma i valori del Rugby quelli si, li ho fatti miei. Ho imparato a vederlo in molte cose quotidiane, e quasi senza accorgermene ho adottato i suoi metodi e i suoi principi.

Il rugby è una metafora molto realistica della vita, della forza necessaria per affrontare le avversità che ci mette davanti, e come nella vita è piena di regole non scritte spesso più importanti di quelle imposte dal regolamento.

Non è scritto da nessuna parte, ma chi gioca a Rugby non fa sceneggiate in campo, per rispetto dei propri compagni e degli avversari. Il compagno di squadra non è solo un amico, ma un fratello a cui devi dare sostegno. Nel Rugby l’arbitro non viene mai contestato anche se ha sbagliato e a fine della partita si ringrazia l’avversario a prescindere dal risultato perché si è battuto lealmente. Queste sono solo pochissime di quelle regole non scritte che formano la spina dorsale di questo sport. Potrei andare avanti a lungo a parlare di questo sport, ma in fondo è tutto qui, c’è poco da sapere e ancora meno da spiegare per potersi godere pienamente questo sport.

Nel Rugby non si tifa per la propria squadra, si è fieri della propria squadra.

Forse sta tutta qui la differenza, il resto scopritelo da soli.