Io ho chiesto scusa, per quella sciagurata frase in Rovigo Padova; ma penso che di strada se ne debba fare molta, ci dice Massimo Casellato, coach del #RovigoRugby, protagonista qualche settimana fa di una sanzionata situazione d’istinto: una frase di “stampo razzista” ad un giocatore del Padova.

Umberto si è preso tutte le responsabilità e non ha cercato alibi, anche se è cosciente in cuor suo che quello che è avvenuto sia avvenuto a tutti, chi è stato coinvolto, chi ha assistito, chi a queste frasi e concetti è ormai purtroppo assuefatto. E anche a chi fa finta di niente per interesse e noi o poca educazione

UMBERTO: ” ” Si – ci dice conversando al telefono – perchè penso che sia responsabilità mia, come di tutti i giocatori, allenatori, dirigenti che scendono in campo, avere un atteggiamento professionale e non da tifoso. Ma, guarda, ora mi piacerebbe però che attorno al mio caso ci che fosse un intento comune, e invece fuori, nella vita, di strada se ne deve ancora fare molto.

RUGBYLJA: “Umberto, quello che è avvenuto è stato, non si torna indietro: ma tu avrai sicuramente riflettuto molto su questa faccenda che travalica purtroppo il singolo episodio sul campo. Alla fine (anche vedendo che in campo non è che ci sia comportati correttamente da più parti) che idea ti sei fatto.

UMBERTO: “Non vado fiero di ciò che ho detto, sono cose che soprattutto un professionista esposto che ricopre un certo ruolo dovrebbe evitare, ma so che persona sono e so che non c’era nessun intento offensivo dietro alle mie parole.

E’ stato un episodio circostanziato, legato a ciò che stava accadendo. Non lo dico per giustificarmi, ma semplicemente per incasellare l’avvenimento nel giusto ambito. Purtroppo ci sono “modi di dire” che entrano a far parte del nostro lessico quotidiano per consuetudine, senza che davvero si condivida il significato letterale (e chi mi conosce lo sa).

Io ho chiesto scusa, perchè penso che sia responsabilità mia, come di tutti i giocatori, allenatori, dirigenti che scendono in campo, avere un atteggiamento professionale e non da tifoso. Mi piacerebbe che fosse un intento comune, e invece penso che di strada se ne debba ancora fare.

RUGBYLJA: “ Ho letto reazioni e commenti, io stesso sono stato duro nell’accusarti perchè ciò che mi ha più spaventato di questa faccenda sono le reazioni, il pubblico ludibrio, quello che fluttua attorno ed il contesto in cui i giudizi sono stati dati. Cattiveria, violenza, sete di giustizialismo per nascondere altro. Che società gira oggi attorno allo sport professionistico? Ed è solo attorno allo sport che tutto questo esasperare i toni per far male – anche personale – gira?

UMBERTO: “Lo sport non è un mondo a sé stante. Se nel rugby abbiamo la percezione che “le cose stiano peggiorando”, che vengano meno i valori, che ci sia meno rispetto, è perché ciò accade nel mondo, nella società in generale. Io credo che spesso la cattiveria e la violenza di cui parli siano le uniche valvole di sfogo per gente ignorante e frustrata, che ha bisogno di trovare un capro espiatorio “attaccabile” e riconoscibile, poiché la visione di insieme è troppo ampia, confusa e difficile da decifrare o, ancora peggio, poiché fa paura ammettere di essere i primi responsabili di ciò che non sta andando come dovrebbe. Comunque, rispetto ad altri ambienti noi siamo ancora un’isola felice! E’ dura, perché come dicevo siamo parte del Mondo, ma conosco decine di allenatori e giocatori che ogni domenica portano avanti un sistema educativo, prima ancora che uno schema di gioco.

RUGBYLJA: “ In che mondo di giovani stanno vivendo oggi, c’è qualcosa di molto più pericoloso che ci coinvolge tutti e che usa le nostre debolezze o impulsi in maniera violenta. I giovani cercano modelli, lo sport, quello vero ha ancora la possibilità di dare degli indirizzi di vita ai ragazzi? Il rugby, anche se sta sempre più cambiando pelle e che sembra una gara a chi entra prima per non restare escluso, può essere ancora un modello positivo?

UMBERTO: “ Lo sport in generale, non solo il rugby, è sicuramente uno degli strumenti più efficaci per veicolare l’educazione ai ragazzi. Servono abnegazione, sacrificio, pazienza, autocontrollo e tanto altro per riuscire bene ed avere risultati. Anche la competizione, se sana e nelle regole, aiuta a crescere. Credo fermamente che il rugby ancora sia ai primi posti tra gli sport in grado di educare, per la sua natura di attività “ruvida” e “logorante”, a volte anche frustrante (passiamo la palla indietro, per andare avanti insieme!), poi ovviamente sta agli adulti/allenatori giocare la propria parte e ricordarsi che vincere è solo uno degli obiettivi.

RUGBYLJA: “ Ti trovi ad allenare ragazzi, tirare su giovani, vedere come vivono e come parlano. i valori e gli atteggiamenti che hanno. Non generalizzo ovviamente ma i giovani d’oggi secondo te, non ti sembra che siano qualcosa che è sfuggito di mani? Che a noi genitori ed educatori propone sintonie nuove e incomprensibili? In poche parole, siamo noi adulti ad aver creato i ragazzi d’oggi e il loro linguaggio? I loro gesti estremi? Un certo cinismo che gira tra di loro, nel loro privato, tra i loro amori e affetti.

UMBERTO: “Forse oggi siamo “ai minimi storici”, lo scopriremo tra qualche anno, ma è inutile fare i malinconici o i disfattisti, perché questo è quello che abbiamo e ne siamo responsabili. I ragazzi imparano da noi, assorbono come spugne, e hanno anche meno armi per difendersi e distinguere, quindi senz’altro se qualcosa non ci piace di loro possiamo incolpare solo noi stessi, rimboccarci le maniche e fare del nostro meglio perché tornino in carreggiata. Detto ciò, ogni generazione si è sentita distante dalla precedente, ed è stata guardata con “sospetto” e poca convinzione: è una ruota che gira.

Io conosco e alleno ragazzi in gambissima, coi quali c’è uno scambio umano, prima ancora che tecnico, ragazzi educati, intelligenti, colti, maturi (più di me alla loro età).

RUGBYLJA: “ Hai detto prima che ti definisci un tipo appartato, quasi solitario rispetto ai fatti sociali e politici che ci coinvolgono. Osservi forse e ti fai un’idea delle dinamiche sociali, ma da dove dobbiamo ripartire per tornare ad un rugby che – i valori veri – li faccia ancora propri e che il professionismo, una certa politica hanno svilito sempre più? “

UMBERTO: ” Bisogna che ci credano per prime le persone che gestiscono e dirigono, e non è impossibile. Valori e professionismo, valori e risultati, valori e educazione non sono contrari né opposti, possono coesistere. Certo, non si può pensare di accontentare tutti, e bisogna avere il pugno di ferro quando necessario, anche per stigmatizzare certi atteggiamenti, ma io credo che gli strumenti ci siano. Basta volerlo. Se ciò non accade, probabilmente, è perché si dà la priorità ad altri obiettivi.