La pensa così Valerio Amodeo, romano e fondatore di NPR oltre che speaker di Nuvola 61, coautore di ” Mi scusi sua Eccellenza” programma che tra mille difficoltà cerca di dare una panoramica sul campionato italiano di Eccellenza.
A Valerio rivolgiamo alcune domande dell’inchesta pop che #Rugbylja, come studio di Digital RP sta conducendo fra blogger e giornalisti del mondo ovale.
È possibile raccontare in modo nuovo il #rugby ad una società sempre più distratta e superficiale? Domanda che ne pone subito altre, ancora più impegnative: ma a noi, il rugby, a cosa serve? E cos’è davvero il rugby in
Italia oggi?

AMODEO: ” La comunicazione è in continua evoluzione e modi nuovi di parlare di rugby si trovano sempre. Penso però che il problema in questi anni sia stata la sostanza e non la forma di comunicazione. I comunicatori, in primis quelli federali, hanno sbagliato qualcosa (me compreso, ovviamente) se dopo quasi 20 anni di sei nazioni ci sono ancora adulti e ragazzi che confondono il rugby con il football americano. Siamo talmente abituati a parlare tra rugbisti e appassionati o tra addetti ai lavori che non ci rendiamo conto della totale mancanza di interesse sul rugby da parte del resto delle persone.

Il rugby in Italia è un bambino che non vuole crescere, fatto di persone che hanno paura di crescere.
Al nostro amato sport manca la giusta maturità nel prendere decisioni importanti, magari rischiose, ma che portano verso risultati importanti. Penso ad esempio alla differenza dello sviluppo del rugby femminile negli ultimi anni rispetto in Irlanda e Scozia rispetto al nostro, o al seven, o ancora, al nostro campionato di Eccellenza che io adoro: un ibrido che non sa ne di carne e ne di pesce.

Però attenzione la colpa non è tutta della Fir. Anche le società devono imparare a crescere, tanto! Anche e soprattutto nella comunicazione, che continua ad essere sottovaluta e poco apprezzata.”