Il linguaggio con cui si commenta o racconta lo sport è molto cambiato dai tempi della tv in bianco e nero, dalle telecronache del rugby di Paolo Rosi, dalla Domenica sportiva di Ciotti o dalle cronache ciclistiche di De Zan.

Sono cambiati i media, gli spettatori e i sognatori, le platee e i protagonisti stessi per non dire della tecnica e degli atleti in ogni campo, dell’indotto con i suoi interessi.

Abbiamo immense possibilità di emozionare e creare miti perché le marche e gli sponsor vedono lo storytelling sportivo come uno strumento per veicolare i loro interessi.

Oggi lo sport professionistico è un mezzo potente di comunicazione e narrazione che non ha eguali nella cultura di ogni tempo.

Solo la guerra e l’amore sono state pari ad esso ed infatti – della guerra – lo sport ha preso il posto.

Ma se l’impianto narrativo delle storie dello sport moderne, alla fine, è rimasto sempre quello di Omero i protagonisti e gli antagonisti, i personaggi in scena e le imprese sono all’altezza di Achille ed Enea, di Ettore e Ulisse?

In poche parole: il contenuto conta quanto conta ancora nella sua rispondenza con la realtà per diventare un mito?

E i miti sportivi quanto durano oggi?

Sono immagine o sostanza?

Questa evoluzione sta introducendo anche nel rugby nuove dinamiche di comunicazione che coinvolgono a vario titolo i diversi soggetti del settore:  giornalisti, dirigenti di club, manager e giocatori oltre che gli stakeholder e le imprese sponsor.

Se fino a ad oggi però l’attenzione si è rivolta prevalentemente all’aspetto tecnologico di questa realtà digitale oggi invece qualcosa di diverso sta diventando fondamentale.

E’ il tema della costruzione del valore attraverso il linguaggio caratteristico della comunicazione social: l’ascolto e la narrazione di storie, la modalità di costruzione e il loro utilizzo finale.

La capacità di essere riconosciuti e ricordati attraverso contenuti condivisi.

I vari appassionati del rugby sul web infatti sono sempre meno interessati ad una comunicazione chiusa e unidirezionale.

Vogliono immergersi in forme nuove di condivisione creativa, entrarvi dentro, modificarne il corso.

Cambiare l’esito di ogni gara e il destino dei propri beniamini, essere i loro occhi e i loro muscoli.

Tanti soggetti fuori dal mondo del rugby vengono loro malgrado coinvolti in questi flussi di contenuti generando una catena di associazioni libere e senza fine che vanno ad incidere in modo profondo sulla nicchia.

Questo è lo scenario su cui si gioca oggi la partita della comunicazione del rugby in Italia.

Proporre tecniche e approcci pratici per sviluppare contenuti narrativi  efficaci per la comunicazione che abbiano profondità simbolica, valore narrativo e capacità di legarsi all’immaginario del rugby e alla cultura sportiva della nostra società fuori o in rete.