Girai con calma la chiave nella toppa, mentre un nodo allo stomaco m’impediva quasi di respirare. Aprii la porta lentamente, molto lentamente, sperando che, come il solito, le mie bambine mi corressero incontro e si avvinghiassero nel loro saluto giornaliero. Ma sapevo che non sarebbe stato così.

La porta si aprì del tutto. Silenzio. La prima cosa che mi colpì fu la mancanza della pendola, poi dell’attaccapanni, quel brutto attaccapanni che ci portavamo dietro ormai da tanti anni e cui eravamo, ma sì!, ma sì!, affezionati.

La mia poltrona c’era ancora: forse aveva avuto un sussulto di pietà e qualcosa della mia vita precedente mi aveva lasciato.

Chiusi la porta d’ingresso dolcemente: non volevo fare rumore per non turbare quell’oppressivo silenzio.

Andai in cucina, con gesti precisi, mi preparai da mangiare (mi aveva perfino lasciato qualche surgelato), poi, dopo aver trangugiato qualche boccone, in maniera automatica riempii la sacca. Era tardi. Mi aspettavano al campo. Forse lo sapevano o forse no. Ma che importa. Ero stato convocato anche per quella partita, non potevo mancare. Non potevo mancare? Perché? Invece potevo mancare. Ma non volevo. Volevo anzi esserci, anche se il nodo alla bocca dello stomaco si faceva sempre più insopportabile.

I preliminari non li ricordo. Ricordo solo la palla che veniva, alta, verso di me. La presi e mi lanciai in avanti. Mi fermarono e cominciò la mischia, le urla, le botte. Giocavo in trance. Sapevo che la sera, al mio ritorno a casa, l’avrei trovata vuota, e domani vuota, e così dopodomani, e il domani di dopodoma… ah! Mi trovai a terra dopo un durissimo placcaggio, senza fiato e con lo sguardo annebbiato. L’arbitro mi gridava qualcosa, l’allenatore mi gridava qualcosa, ma non capivo. Perché se n’era andata portandosi anche le bambine?

Ripresi a giocare come un automa, a memoria. I movimenti venivano fluidi, la corsa era decisa, anche i placcaggi riuscivano. Ad un tratto, ero stanco, dovevamo essere verso la fine della partita, mi trovai abbastanza lontano dalla mischia, in debito d’ossigeno. Mi fermai un istante a riprendere fiato.

Ma ecco che uno di loro, da dietro, calcia verso di me, e la palla mi cade naturalmente tra le braccia. Lo stomaco ormai è completamente chiuso, la sofferenza, acuita dalla stanchezza, si è fatta insopportabile. Ma mi rendo conto che non ho la palla tra le braccia ma ho Gaia, o forse no, non è Gaia, è la piccola. E non voglio che nessuno me le porti via. Nessuno. Per cui incasso la testa tra le spalle e forte della mia forza e veloce della mia velocità mi proietto come una catapulta verso gli avversari. Tentano di fermarmi, ma li schivo. Tentano di fermarmi, ma li travolgo. Una strana, sovrumana lucidità, s’impossessa di me. Passo la palla quando sono chiuso ma, come sorretto da una volontà assoluta, continuo a seguire l’azione. Mi ritrovo la palla in mano, proseguo, solo l’estremo è davanti a me. Lo travolgo con una violenza inaudita ed entro in area di meta. Qui mi blocco e depongo dolcissimamente Gaia (o forse era la piccola) sulla verdissima erba del prato, come se le deponessi nella loro culla.

Solo allora mi resi conto di dov’ero e che cosa facevo. Il terribile nodo che mi serrava sembrò quasi svanire ed io mi sciolsi in un impetuoso quanto irrefrenabile pianto. Non so se qualcuno capisse. Forse sì, forse no. So solo che, tornando negli spogliatoi, dopo che avevamo vinto la partita per la mia incredibile meta, nessuno si complimentò rumorosamente con me. Mi batterono solo una pacca sulle spalle, tutti, proprio tutti, in silenzio.

Big Ciambella

di Ernesto De Sio