Il rugby in Italia non è solo bere birra, come ormai il rugby è diventato in massima parte da noi, tralasciando quello che di fondamentale è invece: cultura e modello sociale.

In un recente intervento dedicato all’evoluzione del rugby in Italia sulla rubrica di un blog, Vittorio Munari pone dei concetti duri all’imbarazzato conduttore.

La sintesi delle opinioni di Vittorio Munari è che quello che manca al rugby in Italia sia la cultura del rugby, il seminare conoscenza per raccogliere frutti di qualcosa che ancora non si sa di preciso qual è il rugby che vogliano, cosa ci aspettiamo da esso. 

Rugbylja sostiene da anni questo concetto.

La mancanza di cultura, per il rugby significa scarsa capacità dialettica nell’interpretare la comunicazione, al margine delle partite attraverso i comunicati stampa di molti addetti ai lavori. Vuol dire anche povertà nella capacità di divulgare, raccontare, coinvolgere interlocutori esterni al nostro sport. 

Il rugby in Italia è fondamentalmente amatoriale e non professionistico se non in una piccolissima parte, e tale resterà per tanti decenni ancora. Ha visibilità e numeri in alcune regioni e non in altre. Non ha attualmente mercato capace di stimolare compensi a chi in esso lavora, investimenti e quindi presenza mediatica. Non ha la forza di costruire, soprattutto, un modello che attragga e dialoghi in modo convincente con altri settori della società; e questo pur portando modelli utili a vari contesti sociali.

A noi Italiani, in massima parte, il tema dei valori del rugby ormai ci annoia. Lo abbiamo liquidato come retorica. Non è di moda specialmente tra chi del rugby scrive.

Vogliamo solo risultati e rugby giocato perchè non sappiamo parlare di molto altro se non per luoghi comuni. Siamo rancorosi con quei pochi che col rugby ci vivono. La cultura del rugby che abbiamo in mente ( perchè noi ancora non ne abbiamo costruita una nostra ) è troppo lontana dai nostri standard calcistici.

Eppure le aziende, le Onlus, le agenzie educative usano spesso il rugby per via dei suoi valori relazionali e sociali; ma questo non basta ancora a dare al nostro movimento la forza di porsi come interlocutore ” da pari a pari” con scuole o con il mondo delle istituzioni ( cosa che invece la ” civiltà del rugby” può ambire a fare senza alcun problema ). Basta volerlo e noi questo rugby che parla alla gente non lo vogliamo, siamo troppo concentrati sull’inesistente rugby professionistico o autoreferenziale e un po’ snob.

Rassegnamoci.

Il rugby italiano non sarà mai professionistico come avviene in altri paesi anche per vie anomale e contorte dinamiche economiche.

Paradossalmente Munari cita il caso della Nuova Zelanda, dove alla presenza dei migliori giocatori del pianeta corrisponde una sconfortante mancanza di mercato e stadi vuoti durante le partite dell’ inarrivabile ” mondo nero”.

Negli anni, probabilmente emergeranno altre forme di mercato del rugby “delocalizzate” che mixeranno domanda e richiesta di sport ovale; i media giocheranno un ruolo decisivo probabilmente. Questo per il rugby professionistico che ormai ha bisogno di platee mondiali per sostenersi.

E da noi, nel nostro piccolo orticello, dove ogni santo giorno della settimana tantissimi si danno da fare per far andare avanti il loro rugby all’Italiana? Dove la rispondenza fra condizione socio economica del Paese e presenza dei club è inquietante, lì i soldi per vivere col rugby non arriveranno mai. Mettiamoci il cuore in pace.

Per rispondere a Vittorio Munari che chiedeva: ” ma tu che rugby vuoi?” diciamo, allora, che forse il rugby amatoriale in Italia è l’unico tipo di rugby che potrà diffondersi; tanto vale investire su questo.

Una battuta? Si, per una volta facciamo noi i Munari 🙂