Quello di cui si sente la necessità da varie parti è oggi un modo di parlare di mini rugby non solo a livello di cronaca e risultati ma anche con strumenti e contenuti di qualità, che abbiano uno scopo formativo ed educativo.

Servirebbe una novità che esprima qualità e che interpreti il bisogno degli educatori, dei manager e dei club di essere orientati. Formatori e club, in particolare, sono due interlocutori privilegiati ma anche genitori e scuole e le stesse imprese disposte ad impegnarsi nella divulgazione della cultura sportiva in maniera responsabile.

A tutti questi interlocutori bisogna rivolgersi in maniera attiva e secondo percorsi didattici che creino delle passerelle fra mondo dell’educazione formale della scuola e quella informale dei club sportivi

E poi serve anche, secondo noi, sviluppare nei ragazzini una maggiore consapevolezza di ciò che fanno e del loro percorso sportivo. I risultati si ma senza troppa enfasi, anche perché non è questo lo scopo del mini rugby. Nella realtà, il rugby in Italia è e resta uno sport non professionistico nella maggioranza dei casi. Tradire questa aspettativa creerebbe pericolose illusioni nei ragazzini.

Sono tanti i coach che, in questa prospettiva di approfondimento, sentono anche il bisogno di scambiare esperienze, confrontarsi su tecniche di allenamento e ricevere materiali e istruzioni per l’uso da utilizzare nel dialogo con i loro interlocutori: scuole, famiglie, ragazzi. Spingere i piccoli rugbisti ad allargare una loro visione della vita; aiutare le famiglie a condividere i momenti del gioco e della vita di club, o le percezioni che del rugby ciascuno ha via via che approfondisce il livello della sua pratica.

C’è un avvertito bisogno di un nuovo dialogo educativonella prospettiva di una matura e più incisiva sensibilizzazione alla cultura dello sport.

Un approccio che, differentemente dal passato, non deve avvenire solo nell’ambito delle materie specifiche dell’attività motoria ma che – nel caso del rugby – non può non essere rivolto anche a trattare tematiche di convivenza, multiculturalità e sport crossing.

I genitori, del resto, affidano i bambini ad educatori che non possono non seguire oggi il concetto di formazione continua e che molte volte si trovano a dialogare con le scuole senza averne le competenze.