di Salvatore Amato

Lomu, Van Der Westhuizen, Lauaki, Vickerman: questa la successione di miti del rugby che a seguito della loro tragica scomparsa – conseguente a patologie fisiche di varia natura – ha scatenato nel Web e sui Social Network le considerazioni e i pensieri di tutti gli appassionati, anche di quelli non proprio in buona fede e/o non ben informati.

Tali eventi, molto probabilmente, sono legati tristemente alla variabile vita-destino che riguarda tutti gli esseri umani, ma in tanti vedono in essi cause da collegare a possibili, negative pratiche mediche e di doping atte a migliorare condizioni atletiche e prestazioni fisiche nonche’ la struttura muscolare di ogni atleta necessaria a sostenere le pesantissime performance di questo splendido sport.

Eppure sono tragedie cumulabili e valutabili con numeri assolutamente normali e paragonabili a quelli di qualsiasi altra attività umana.

Pensieri inevitabili, ma se ognuno riuscisse ad applicare in modo corretto la statistica, come è applicata da chi la utilizza, avrebbe altre risposte; e questo è periodicamente fatto da studiosi di sociologia sportiva.

Perche?

Perche a differenza di tutti gli altri sport, il rugby è assi più diffuso di quanto i media ci permettono di sapere.

Ormai, da oltre 15 anni, il rugby continua ad essere in decine di stati mondiali il primo sport per pratica e diffusione pertanto, secondo una scienza come la statistica – che purtroppo pare sia perfetta sempre – più è alto il numero di elementi praticanti, più è alta la <probabilità> di scomparse in proporzione ai praticanti, a qualsiasi livello.

Ovviamente, al di là del freddo calcolo matematico, comunque non sono stabilite le cause, ma la stessa statistica indica che in un normale avvicendamento come quello descritto le cause sono simili a quelle di tutti gli altri <umani ordinari> non atleti.

In questa casistica è però possibile individuare intervalli di tempo, da 5 a 10 anni, in cui le cause possono essere di natura non ordinaria ma riconducibili ad esempio, ad uso di doping o pratiche mediche non standard; ma ciò è comune a tutti gli sport del mondo, anche e soprattutto a quelli con basso numero di praticanti, e pertanto <i pensieri inevitabili> non trovano adeguata giustifica.

Infatti, per esempio, nel Ciclismo,nell’ Atletica, nel Triathlon, Sci di fondo, con numero di praticanti (reale) assai inferiore al rugby il numero di decessi in età diverse è assai superiore.

Per concludere dalla nascita del rugby professionisitco, anno 2000, federazioni come quella francese, irlandese, neozelandese, australiana, argentina, hanno creato le condizioni perchè qualsiasi forma di alterazione fisico-atletica dei propri rugbysti fosse perseguita ed eliminata; ed infatti se si osservano con attenzione i vari giocatori delle varie nazionali, quelli ufficiali, si riscontrano <fisicità> assolutamente compatibili e giustificabili.