E’ estate piena e nel pigro chiudere gli occhi sotto l’ombrellone, ascoltando le voci dei bambini che giocano in sottofondo, lascio andare i pensieri. Ad esempio penso a quando, nel corso della vita, ci troviamo ad incontrare i placcatori della nostra capacità di essere creativi e liberi di adattarci alle situazioni. Un pensiero che non ha legami col rugby? No al contrario che interessa i bambini e i giocatori di rugby nello stesso modo. Di questo, osservandoli entrambi, me ne sono convinto. Quasi tutti i bambini in asilo e anche in prima elementare amano andare a scuola in maniera entusiasta . Quasi tutti i giocatori nelle categorie propaganda amano andare al campo d’allenamento e ai raggruppamenti. Li anima l’idea di esplorare e imparare e si emozionano a ciò che non conoscono.  Ma quando bambini e giocatori di rugby salgono di classe e categoria, incanalandosi dentro percorsi più delimitati qualcosa di simile avviene in entrambi anche se i contesti son diversissimi e lontani tra loro. Si trovano di fronte a degli spietati placcatori il cui effetto sul piacere di fare quel che fanno è pesantissimo. Li spinge a ricacciare nella propria memoria inconscia buona parte del loro talento.

Sorveglianza: Incombono sui bambini fin dalla seconda, terza, quarta classe e sui rugbisti dalla dodici e dalla quattordici. Ci si sente osservati e giudicati. La conseguenza è di dissimulare la propria capacità innovativa per adeguarsi e rendersi quasi invisibili.

Valutazione: La concentrazione fondamentale non è su  ciò che ci piace fare ma su quello che viene giudicato dagli altri. Genitori, educatori, allenatori, presidenti, sponsor, compagni, avversari, pubblico, giornalisti.

Ricompense: Il meccanismo delle ricompense e dell’aspettativa di ricevere complimenti, regali, denaro, articoli, celebrazioni, convocazioni, rapporti privilegiati nel team è una delle più micidiali macchine di dissuasione del piacere e quindi della creatività.

Competizione: E’ il sale dell’apprendimento e dello sport. Ma lo è se è libera e se la sfida viene scelta in base alle proprie capacità e al proprio ritmo. Ma cosa avviene quando il rapporto con la sfida è forzato e un bambino o un rugbista son messi di fronte ad avversari e situazioni più complesse delle loro capacità con conseguente frustrazione o anche meno ardue da affrontare di quanto sia possibile generando quindi noia e rifiuto? La frustrazione e la noia e il rifiuto in un bambino sono variabili affrontabili ma in un rugbista adulto?

Eccessivo controllo: Fai come ti insegno e segui esattamente quello che ti dico è uno dei placcaggi più duri che si possano ricevere. Anzi, è un placcaggio al limite del regolamento perchè è alto, quasi alla gola. E’ come dire tu devi assomigliare a me che sono il tuo modello e tu devi annullare te che sei differente. Moltissimi insegnanti ed educatori ma anche coach ad alto livello scivolano in questa “microcoercizione”. La conseguenza? Ci si convince che ogni originalità sia un errore e ogni esplorazione di una possibile alternativa sia una perdita di tempo. E’ come se si lasciasse la lettura di una favola o di un romanzo per alienarsi solo su manuali e saggi. Orrore!

Limitazione delle scelte: cambiare idea, staccare la spina e l’impegno, provare a verificare la propria passione e quindi la costruzione di un sistema proprio e autogestito di motivazioni avviene perchè sia da bambini che da persone adulte guardiamo quello che c’è attorno al nostro campo d’azione. Dovere crescere, dover essere professionisti diventa spesso sinonimo di quella fissità funzionale che ci rende macchine. Ecco qui il percorso di crescita è già concluso. Non si avanza più. Inizia il declino sia da bambini inscatolati che da rugbisti scartati.

Pressione: Attese, aspettative, miraggi. Così si distruggono centinaia di bambini e giocatori. Siamo spinti all’inverosimile pressione di dover fare quello che i nostri anni ci obbligano a fare. I piccoli spinti a leggere temi che non appassionano, a disegnare dentro i bordi ( uno dei maggiori delitti per chi insegna a comunicare attraverso il colore e il segno). Piccoli rugbisti spinti ad azzannare gli avversari, a cantare inni e sorseggiare anche birre come un tempo i nonni ci facevano bere l’uovo col vino dentro per diventare maschi ( credetemi li ho visti!!) , a muoversi spaesati nell’immenso campo di una under quattordici quando ancora a malapena anche se cresciuti si sarebbe giocato volentieri in una categoria antecedente.

Il Tempo! è questo alla fine il più spietato dei placcatori di bambini e rugbisti. Non c’è tempo, non perdere tempo, non hai più tempo, non è il tuo tempo, il tempo è finito! E li rivediamo i bambini e i rugbisti insieme dopo il loro tempo giocato a scuola o in campo. Tornano a casa e si chiudono nei loro giochi in silenzio se possono. Si siedono al tavolo del Terzo tempo senza scambiare una parola con nessuno e men che meno con i propri avversari. Anzi si siedono su tavoli differenti mentre i loro dirigenti e coach continuano a discutere, osservarli, placcarli.