Ottima annata quella del 1823, birra spumeggiante e barbuta ma che non lascia alcun pelo sulla lingua. Tutto questo, per introdurre la pop chat che rugbyljamagazine ha avuto con Duccio Fumero, blogger di R1823 dopo diversi anni passati a Blogo. Duccio ha il dono di saper spillare la realtà così per com’è, piaccia o non piaccia, schiuma o non schiuma. Dipende poi dai gusti personali, oltre il primo sorso, assaporare le note e i suoi riflessi sul bicchiere come fosse uno specchio.

FUMERO: “ Se parliamo di comunicazione e rugby, di raccontare la palla ovale bisogna differenziare i vari livelli di storytelling. Perché per capire i guai del rugby bisogna guardare anche all’impatto mediatico e capire dove sono le colpe.

Iniziamo dai grandi giornali, sia quelli generalistici sia quelli sportivi. Purtroppo qui di rugby se ne vede ben poco, tolto il periodo del 6 Nazioni, e i motivi sono semplici. Gli editori vogliono vendere e, dunque, i direttori vogliono che si scriva di temi che vendono. E se parliamo di sport in Italia vendono due temi: la fi*a e le vittorie. Spazio, infatti, lo hanno gli sport femminili dove ci sono atlete da copertina (dal nuoto alla pallavolo, passando ultimamente per lo sci o il tennis, o rare eccezioni come Dorothea Wierer) e gli sport dove gli italiani vincono. Ecco spiegato perché il rugby latita. Se non vince la nazionale – o le due franchigie – non aspettiamoci spazi su Gazzetta & co.

Poi ci sono i siti internet specializzati. Qui il problema è ancora più semplice. Una buona fetta dei blog ovali sono fatti da appassionati che lo fanno ‘a gratis’, l’altra parte da giornalisti che vengono pagati pochissimo e, dunque, devono fare altri lavori per pagare il mutuo. Sperare che vi sia qualità quando il tempo da poter dedicare è minimo è difficile, se a ciò aggiungiamo che se ho un secondo o terzo lavoro non posso neppure permettermi di seguire ‘in loco’ partite, allenamenti, raduni o eventi e, dunque, si parla di un giornalismo visto da lontano. Se i pochi siti di qualità avessero giornalisti che con quel blog o sito ci campano il salto di qualità sarebbe facile e immediato.

Però, devo essere sincero. Tu mi chiedi se c’è un modo diverso di raccontare il rugby e io ti rispondo che sì, c’è, se il rugby volesse venir raccontato. So che ora farò incazzare alcuni colleghi e amici, ma io sono convinto che il primo motivo per cui i media non cagano il rugby è perché chi dovrebbe raccontare il rugby non lo fa. Parlo degli uffici stampa, dal più alto livello ai club d’Eccellenza, senza dimenticare quei club i cui comunicati riguardano solo lutti. E’ inutile lamentarsi che i giornaloni non parlano del rugby, se il rugby non va dai giornalisti a farsi conoscere. Ti faccio due esempi semplici, semplici.

Il primo è generale, ma lo concentrerei in primis su nazionale e franchigie celtiche. Parliamo di una sessantina di giocatori d’alto livello. Giocatori che avranno delle storie particolari, degli aneddoti, degli hobby peculiari, dei temi da sviscerare, o no? Ma i giornalisti non possono rincorrere l’hobby di Canna o Hayward, la storia particolare di Lovotti o Minozzi. Da che mondo è mondo sono le aziende che si devono vendere e i loro uffici stampa che devono corteggiare i giornalisti per convincerli a raccontare il loro prodotto. Lo stesso vale per il rugby, dove nessuno ha mai pensato di prendere Giazzon (amante incredibile della pesca) e proporre ai giornali di settore o ai canali tv tematici sulla pesca un bel servizio tra ami, lenze e palle ovali. E questo è il primo esempio che mi viene in mente. O con il tema dello ius soli che ci ha perseguitato per oltre un anno e dove l’unico sportivo che veniva citato era Mario Balotelli, perché nessuno a Roma o Parma ha pensato di coinvolgere un ragazzo serio e intelligente come Max Mbandà in questa discussione?

Il secondo esempio, invece, mi fa più male. Il rugby è sport olimpico, seppur nella sua versione seven. La FIR per anni l’ha bistrattato e ora, in qualche modo, si prova di risalire la china. Ci sono raduni, tornei, anche qui storie, personaggi. Ma la nazionale dell’Italseven partecipa alle Grand Prix Series senza un cavolo di addetto stampa, senza un fotografo. Vengono pubblicate tre righe tre con una foto fatta con un telefonino e poi ci si lamenta che nessun giornale (ma anche molti siti) ne parli.

Ripeto, il rugby italiano può venir raccontato in modo diverso, ma in primo luogo dev’essere il rugby stesso a voler avere uno storytelling che lo racconti. Ma, in fondo, non so neanche se il rugby italiano abbia tutta questa voglia di farsi conoscere e scoprire. Perché potrebbe crescere e questo significa che potrebbe uscire da quegli orticelli di bassa provincia dove si è arroccato. Quindi molto più facile continuare a lamentarsi che finito il 6 Nazioni di rugby non si parla più, lamentarsi che l’unica visibilità sono le comparsate televisive di Castro, ma non muovere un dito perché ciò cambi.”