Quando Pancrazio non mi pubblica un articolo, cerco sempre di capire dove ho sbagliato. Si perché qualcosa ho sbagliato, altrimenti l’avrebbe pubblicato. Non è uno fissato con il lessico, ma è l’emozione e un po’ di follia quello che cerca nei testi. L’unico consiglio che mi da è quello di scrivere senza pensare. Senza filtri, senza paura, senza senso. Sul senza senso sono bravo, senza filtri è già più complesso. Vorrei spiegargli che non posso farmi di Toradol e birra tutte le volte che scrivo, che più spesso di quanto vorrei mi sento un pilone saccente, che ho un orgoglio di merda che non mi fa stare mai tranquillo e che la mia pazzia devo tenerla un po’ a freno, altrimenti è un casino. Una pazzia responsabile la mia.

Che poi sta cosa del Rugby mi è scappata un po’ di mano, chissà perché.

Non sono mai stato invasato di niente in particolare, ma ora se guardo il mio profilo Facebook c’è rugby, partite di rugby, io in divisa da rugby, gatto, eventi di rugby, foto dei figli, notizie di rugby dal mondo, campionati di rugby.

Chissà che due palle che ne hanno i miei amici. E vabbè se ne faranno una ragione.

Per farmi perdonare oggi volevo affrontare un argomento diverso dal solito, un argomento che mi sta molto a cuore. L’AVIS, l’associazione Volontari Italiani del Sangue. Ma so già che non ce la farò perché, se proprio vogliamo dirla tutta, il Rugby in fondo è un po’ come l’AVIS.

Uno pensa di fare un favore a qualcun’altro donando un po’ di sangue e si ritrova con gli esami gratis, controllato tre o quattro volte l’anno, coccolato dagli infermieri e con la colazione pagata. Una donazione redditizia. Roba da sentirsi in colpa solo a pensarci.

Il Rugby funziona un po’ allo stesso modo, anche se nella direzione opposta. Ho iniziato Rugby solo per me, per ritagliarmi uno spazio tutto mio, per rimettermi in forma e per staccare dalla stressante quotidianità. E un attimo dopo, nel bel mezzo del mio delirio egoistico/egocentrico, scopro che con i soldi che ho speso per bere e mangiare al terzo tempo ho fatto della beneficienza, che la società porta avanti progetti di solidarietà, campagne pubblicitarie, testimonianze di spessore nazionale senza nemmeno dirmelo, al punto che ho trovato persone che mi ringraziavano, chi mi stringevano la mano per cose sulle quali dovevo ancora iniziare a documentarmi. É un attimo far ripartire i sensi di colpa capite? Avrei voluto rispondere che ho solo giocato a Rugby, che volevo solo abbattere l’apertura prima che passasse la palla fuori dalla mischia.

Ma poi capisco di far parte di qualcosa di un po’ più grande di me, allora ringrazio e sorrido. Ho solo prestato la mia faccia.

É così, non riesco a spiegarmi perché sia così facile far del bene con questo sport. Sarà una sorta di contrappasso per tutte le botte che ci scambiamo in campo?

Dovrei chiedere a Pancrazio. Lui ne sa di sicuro. Ha il mare davanti agli occhi lui, mica la nebbia di Milano.

Gli vorrei chiedere perché in questo mondo c’è così tanta gente che si da da fare per gli altri, che si impegna nel sociale, che sostiene attività e progetti.

Gli chiederei perché la gente è così attratta dal Rugby,  perché emoziona così tanto, e così tante persone.

Gli chiederei come mai il Rugby non ha età, colore o appartenenza.

Io gliela butto lì, in posta. Chissà se risponde.

Ti passo la palla, Pancrazio, all’indietro ovviamente.

Paolo