Di questi tempi è difficile restare ben saldi sulle certezze che abbiamo del rugby.

Ti trovi a camminare in equilibrio, su di un filo teso fra due sponde che si allontanano sempre più ma decidono di non staccarsi mai.

Da un lato hai l’attrazione romantica alle tradizioni del rugby e per te il rugby è quello che è sempre stato e sempre sarà, non può essere che così.

Dall’altro, c’è lo sviluppo del professionismo che necessita di far soldi e bilanciare i conti di club, media, sponsor e federazioni, in un’arena dove i competitor sono tanti e tutti hanno interessi che spesso vanno oltre lo sport.

Questa atmosfera di incertezza l’avverti palpabile quando leggi le pagine dei social, scorri i palinsesti televisivi, giri per i campi di provincia salendo di categoria, su su, fino allo stadio Olimpico per il Sei Nazioni.

La scena che ci si presenta è sempre la stessa, surreale: tanta passione tra la nebbia di valori, fango, soldi e politica.

Nel rugby italiano puoi ritrovarci chi con lo sport ci lavora, chi col rugby ci perde soldi e salute, chi lo gioca o lo segue per amore e nostalgia della gioventù.

E poi ci sono coloro che non hanno consapevolezza di che gioco stiano giocando, che s’inebriano di goliardate o machismo; e ancora quelli a cui non interessa nulla di ciò che avviene fuori dal campo, che: “se meno siamo e meglio stiamo perché siamo sempre differenti da tutti”.

Sarebbero fatti loro se non ci fossero i bambini da educare o – visti da altre angolature – i tesserati da contare.

Il rugby, oggi, sembra tutto e il contrario di tutto e le prove a sostegno dell’una o dell’altra percezione sono inappellabili, convinte.

Non ci sono dubbi oggi nel mondo del rugby ma piuttosto domande che spesso non vogliamo formulare e ascoltare per non cambiare qualcosa.

Per la paura di essere esclusi o delusi da un grande gioco che prima poi esploderà di popolarità e ricchezza. Il rugby è un po’ come l’ufficiale Dogo del Deserto dei Tartari, in attesa perenne del suo glorioso futuro.