Riconosciamolo: ancora oggi non è molto chiaro cosa significhi fare Relazioni Pubbliche nel rugby e nello sport in genere. Scorrendo le pagine dei social ( già questo un indice importante ) vengono definite comunicazione molte situazioni che in effetti lo sono poco o per loro natura in minima parte. Professioni diverse che si sfiorano e per sintesi vengono messe nello stesso calderone perchè in fondo tutte con la materia della comunicazione sono costituite. L’addetto stampa che informa, che porge risultati e presenta eventi, il blogger che esprime pareri e dialoga, il fotografo che fa vedere degli eventi e delle persone, l’uomo del marketing che produce e il pubblicitario che vende, lo stesso sportivo che mangia un cannolo o presenzia ad una manifestazione con il consiglio o meno del suo press agent. Oggi, come ieri, tutto è comunicazione perchè è sempre stato vero: non si può non comunicare per il solo fatto di esserci, di esistere, ma diciamo anche di essere esistiti e questo perchè anche i defunti – bontà loro – comunicano e forse di più dei vivi spesso condizionando i nostri comportamenti e le nostre idee. In questo gran traffico del mondo tutti cercano di avere voce in capitolo, di essere decisivi nella formulazione di opinioni, di atteggiamenti, di condizionare opinioni e politiche, nella ricerca di visibilità, di finanziamenti e ritorno economico, di peso politico.  Ma costruire relazioni con i pubblici attraverso un programma e con metodologie ben precise che inglobano tutti questi strumenti e li organizzano e ne misurano l’efficacia e ne monitorizzano l’evoluzione? Accettare di sviluppare un dialogo a due vie con determinati pubblici contemporaneamente, in contesti e con finalità diverse, accettare ciò che comunicando è irrinunciabile: ovvero cambiare insieme al proprio interlocutore, in un processo che ci spinge ad evolverci entrambi, non è un concetto accettato da club e organizzazioni del nostro mondo ovale. Provate a notare infatti una cosa: a quanti scambi ” ingaggi” assistete tra un’organizzazione e i suoi pubblici in merito a ciò che viene pubblicato? Alla mole continua e alienante di notizie e risultati e messaggi declamati o affermati a quanta conversazione assistete derivata da essa fra gli autori e i lettori? Questo, sommando casi episodici e singoli tra loro, ci porta ad una situazione davvero paradossale. Il rugby comunica pochissimo con i suoi interlocutori perchè ha timore di cambiare o di essere risucchiato in una dinamica di evoluzione. Il rugby accetta poco di modificarsi nel confronto con i pubblici esterni e rivolge la sua massima attenzione a dialogare con i pubblici interni, coloro che della sua galassia fanno parte e che cercano identità  e tradizione – questo è normale – ma che confondono la propria identità con l’immobilità. Non è possibile ed è irreale. Perchè nel contempo il mondo dello sport e la stessa società si modifica ed evolve. E confondere il fine con il mezzo, creare relazioni come obiettivo invece che gestire il cambiamento attraverso le relazioni collaborative tramite il dialogo è un concetto che appartiene poco a noi Italiani ancora. Con i social tutto questo può avvenire ed essere sfruttato a basso costo. Buttati nella mischia rugby!