Ok, siamo tutti figli del tempo in cui viviamo.

E allora ci chiediamo: ma che rapporto hanno i rugbisti professionisti, i giornalisti, i dirigenti del rugby con i cellulari e i social?

La paura di separarsi dai cellulari o dal tablet e di restare fuori dai progetti di comunicazione degli sponsor che vogliono tipi dall’appeal mediatico, di perdere l’ultimo gossip, la soffiata utile è una fobia poco ammessa da tutti ma molto presente.

E alcuni dicono che stia avvicinandosi a quella dei calciatori.

Non c’è da meravigliarsi gente: in una società dell’immagine anche i rugbisti non sfuggono a questa regola, sia per affari che per amore… anzi.

In principio era l’amico giornalista che parlava di te sul giornale, coronava il tuo nome nei resoconti delle partite con un aggettivo indimenticabile.

Poi venne l’amico dell’intervista televisiva e il conduttore che ti avrebbe invitato la sera in studio.

Per non parlare dello sponsor che cominciò a non mollarti mai, a seguirti ovunque perché eri bravo, bello, tatuato o cattivo.

Lo sponsor c’era sempre e tu diventavi un divo sportivo irraggiungibile.

Ma la storia della comunicazione e del rugby ha i suoi tranelli e così, nel giro di qualche anno, ti ritrovasti a fiutare un’altra aria: chi più in alto stava era quello meno visto e amato, c’erano i social e tu dovevi entrare fra i linguaggi e la quotidianità delle persone; anzi, essere quello più quotidiano e backstage di tutti anche se eri un campione degli All Blacks.

La differenza dal calcio era che tu eri diventato professionista molto dopo e per questo i rugbisti hanno dovuto correre di più.

Hai cominciato allora a postare di tutto: i tuoi centrifugati di verdura, le poppate di tuo figlio, la nuova moto, i dolci che mangiavi e i vini o le birre che bevevi:

“ Tutto fa brodo oggi nel rugby, mica può bastare un taglio di capelli, un tatuaggio, un amore clandestino, una cagnolino vicino”.

Ti dicevano così i procuratori e gli studi di comunicazione nel frattempo.

Avevano ragione loro?

Boh, tu nel frattempo hai provato a pubblicare un libro, a fare un po’ di beneficenza, ad occuparti di politica; giusto così per salvare l’immagine del rugby… immagine, ah ecco la parola magica sopravvissuta agli anni ’80 e che ancora, come un malefico calcio in profondità, ci ritrovammo a ballare tra i piedi e le mani senza sapere cosa fare.

Aveva ragione il tuo vecchio – e ormai vintage coach – che entrando negli spogliatoi dopo una sconfitta urlo: “ I soldi, da quando girano i soldi qui va a puttane tutto! ” .

Oppure ha ragione l’amico calciatore che, con un Whats App, ti convince a seguirlo ad una festa in piscina, all’altro capo del mondo, con tanti giornalisti e starlette.

Roba da Influencer e star tv che al confronto le “ Notti Magiche” sembrano i pomeriggi dello Zecchino D’oro.

“L’importante – ti sussurra mezzo sballato, sull’aereo che vi riporta a casa la mattina dopo – è che tu sia sempre connesso, è la legge della comunicazione sportiva dello sport: o buchi lo schermo, o sei pronto per tutto e tutti o raccogli le briciole.

Non vorrai assomigliare davvero ad un rugbista?”.