“Sono le storie a creare la passione dello sport”; inizia deciso Antonio Raimondi al telefono, rispondendo alla nostra domanda: ” Che cultura sportiva abbiamo oggi in Italia e nel rugby?”

” Seguo lo sport da sempre, prima ancora di praticarlo e poi lavorarci, cosa che nemmeno immaginavo di fare un tempo. Da ragazzino divoravo ogni tipo di sport in tv ( in bianco e nero ) alla radio, sui giornali. Lo andavo a vedere. Era una passione infinita. All’epoca a Milano c’era la Tv Svizzera e Capodistria e noi giocavamo a fare le Olimpiadi con i compagni.

Passione, è questa la parola che è il centro di tutto, passione che fa nascere la cultura dello sport, di tutti gli sport. E la passione non può nascere senza storie e senza eroi, personaggi, momenti fuori dal comune e bellissimi che ti emozionano a vita.

Avevo un maestro da giovane, Sandro Pavesi, che è stato decisivo nel farmi innamorare a questo approccio. E’ stato da qui che poi ho seguito la mia strada costruendomi una mia cultura dello sport e del rugby. Tutti gli sport portano valori, io ne incontro tantissimi attraverso i progetti che faccio per i Centri Estivi del comune di Milano dove parliamo, facendo divertire, di cultura dello sport paralimpico e di tanti altri esempi. I ragazzi che troviamo e che ci ascoltano o si fanno coinvolgere sono tanti, s’immedesimano in tante storie – come ad esempio quella di Bebe Vio su tutti – eppure mi sembra che è come se scoprissero un mondo solo percepito.I Media, il Calcio spesso coprono tutto. Gli aspetti più preziosi di ogni disciplina nel grande tritacarne dello sport professionistico vanno tante volte persi ma quando emergono, quando riusciamo a farli passare incantano e seducono. Tanto che una volta un ragazzo mi disse: ” Ma Bebe Vio è fortunata!”

Anche nel rugby, nelle giovani generazioni che vengono su devo dire che la cultura sportiva è assimilata bene rispetto ad altri sport. Minirugby, giovanili, prima squadra, selezioni varie e nazionale: i ragazzi nel loro complesso crescono con i valori a posto. Ed anche nella fase di uscita dai sogni, quando la realtà ti fa comprendere che il rugby in Italia è solo amatoriale nella stragrande maggioranza dei casi, è la passione che continua ad indirizzare chi il rugby lo ha scelto come amore e vita.

La passione non basta, la passione non è un concetto astratto e va costruita ogni giorno con impegno e lavoro duro.

E ti dirò che i ragazzi sono molto più interessati e orientati a tutto questo più di quanto sembri e spesso tante critiche sul rendimento che rivolgiamo loro non sono generose per l’impegno che mettono applicandosi al lavoro. Ci credono, si impegnano, sono una parte molto bella dei giovani ragazzi italiani, sono e possono essere un esempio. Anche perchè, se nel calcio lo sport è una cultura di solisti, nel rugby resta una cultura sociale e di squadra, e questo non può che fare bene alla nostra società nel suo insieme. Quando questi ragazzi saranno cresciuti e saranno parte del mondo civile.

Ecco, son queste storie comuni di chi ama lo sport, il rugby, di chi ne fa un destino di vita ed una scelta che vanno trasmesse. Ciascuno come riesce, ciascuno come può ma in tanti modi, in tutti i modi possibili.

E servono maestri, narratori di passione e storie sportive, è su questi che si dovrebbe investire perchè quel che serve sono i maestri e i narratori di passioni.

E’ attraverso un maestro, un mentore, una persona che con umiltà e amore ti fa appassionere che la cultura del rugby e dello sport si trasmette. Non c’è altro mondo a mio avviso, perchè anche i media sono un canale che va da persona a persona, e dentro di essi circolano le storie e le passioni.

Non dimentichiamolo.

In quanto a noi addetti ai lavori, telecronisti e giornalisti un punto non può non essere posto come caposaldo: non dobbiamo mai dimenticare che noi siamo spesso custodi dei sogni e delle passioni degli amanti del rugby e di tutti coloro che lo giocandolo o lo seguono. Abbiamo un ruolo sociale importante nel raccontarlo perchè – lo ripeto – è solo il racconto sincero che genera passione!