Superficialità, si. Difficile parlare di cultura sportiva in questi giorni a Milano dove l’attenzione della stampa sportiva abbraccia l’attenzione della cronaca con gli episodi di violenza e morte dopo la partita di calcio Inter-Napoli.

Il rugby è solo una delle attività che l’essere umano compie in società. Comprensibile, quindi, che all’interno di questa disciplina vi siano pregi e difetti dell’essere umano. E, soprattutto, dell’essere umano che agisce in gruppo.

Questo sport ha sempre fatto del sostegno tra compagni e del rispetto per gli avversari e l’arbitro, i pilastri su cui fondare, insegnare e tramandare le sue regole.

Ma il mondo cambia, in meglio e in peggio.

E così, necessariamente, cambia in meglio e in peggio anche l’atteggiamento delle persone sui campi di rugby, nelle clubhouse e sugli spalti.

In questi anni avverto una diffusa superficialità nei comportamenti umani dove ormai tutto è raggiungibile a colpi di clic o con uno smartphone.

Ciò che richiede un approccio differente e “analogico” viene considerato “difficile” “alieno” in tanti settori. A volte, purtroppo, giudicato anche “non necessario”.

Questa superficialità si ripercuote anche sull’atteggiamento del popolo ovale. Comprensibile. No, la cultura sportiva non appartiene a noi italiani.

Non è la cultura sportiva la base oggi del movimento rugbystico. Questo perché il male ed il superficiale si propagano con estrema facilità.

Quello che sta venendo meno, nel nostro paese, è, a monte, la cultura. Logico, quindi, che anche il rugby ne risenta. Giocatori che menano gli arbitri, genitori che si menano nelle clubhouses, amministrazioni comunali che lottano e non sostengono piccole società che, prima di allenare, educano. Cori privi di goliardia ma alimentati da odio e ignoranza anche nelle massime serie nazionali.

Pare che l’unica cosa positiva in maniera persistente sia l’attività sociale che tante associazioni e società svolgono per il tramite della palla ovale: penso ai progetti nelle carceri e negli ospedali, ad esempio.

Il rugby è una disciplina presuntuosa che alimenta i presuntuosi. Quando si riapproprierà della cultura in maniera fattiva e non riempiendosi di parole invano, potrà quindi, pur nel suo “snobismo”, essere una disciplina capace di educare.

Ci sono delle sane realtà rugbystiche, senza dubbio. Ma la pigrizia nostrana, l’agio e il perenne guardare al proprio orticello prendono il “malo sopravvento” se la società umana in cui agiscono è povera nella cultura.

Sperèm!