Tutto appartiene al viaggio per Giuliana Campanella. Per lei è stato sempre così. Fin da quando era una ragazzina siciliana come tante; e anche oggi, che è la Team Manager della Nazionale Italiana di Rugby Femminile e il Tecnico Federale per la Sicilia.

Vista dalle colline sopra Messina la vita, per una ragazzina che ancora non conosceva nulla, appariva bellissima e tutta da conquistare. Da lassù, nelle giornate di sole e gibigiana, ci si può perdere ad osservare il cielo e, oltre, il mare dove c’è il mondo e tutto quello che s’immagina possa contenere. Il suo viaggio e il suo mondo, che le ha regalato mete e determinazione, scoperte e delusioni; amore e sogni; ma anche la consapevolezza di quanto nulla ti arrivi per sempre e duri per sempre; nel rugby e ogni giorno. E’ proprio da un viaggio che inizia a raccontarci una storia che i suoi figli, attorno a lei ora, conoscono bene; nelle pause del Sei Nazioni, tra gli incontri tra le varie città siciliane, tra le partenze e gli arrivi.

“ Inizio a viaggiare a undici anni, trasferendomi a Castanea, in campagna, perché prima vivevo in città, a Messina; non conoscevo nessuno e andavo a scuola in centro. Al primo anno di scuola superiore una ragazza che abitava a Castanea mi invita a provare il rugby, questo sport a me sconosciuto. Avevo fatto ginnastica artistica da piccolissima, un po’ di atletica e basket, ma dopo il trasferimento era tutto più complicato per le distanze. Primo allenamento, credo fosse una settimana prima del mio quindicesimo compleanno, trenta, trentacinque ragazze al campo di Terrabianca, un campaccio duro d’argilla e sassi. Il professore della scuola media di Castanea, Antonio Sabeto, era l’allenatore di tutte le categorie. Si allenava anche mio fratello quell’anno – carriera breve – solo un anno alla scuola media.

Ricordo ancora quell’allenamento, come se per la prima volta fossi autorizzata ad essere me stessa. Si correva, si placcava, si spingeva, si cadeva e ci si rialzava per inseguire un pallone dalla forma strana. Ero nel mio!.

Comunque nella stessa settimana, giochiamo contro una squadra  formata a Messina e vinciamo cinque a zero. Da lì anni di soli allenamenti; i numeri andavano scemando; il campionato era costoso e la società non poteva permettersi tutte le trasferte fino a Roma e oltre. Ma io andavo al campo sempre con la stessa voglia e sempre con la stessa determinazione di giocare a rugby. Finalmente ci iscriviamo al campionato.Non ricordo bene se già c’era il nuovo presidente o l’anno prima, saliamo a Roma con il treno, senza cuccette. Una fantastica trasferta all’insegna del cibo. Perdiamo di tantissimo, si ritorna a casa piene di botte, ed il gruppo dopo questa prima partita si inizia a disperdere. Ma io e qualche altra insistiamo e finiamo la stagione pur giocando in undici  ( a quei tempi si poteva). Tanta, tanta fatica – lo ricordo ancora – per giocare, prendendo sempre tantissimi punti, ma non per questo si molla.

Nei dieci anni successivi, grazie a che al nuovo presidente, Franco Di Bartolo, giochiamo, giochiamo sempre e facciamo tornei all’estero. Sarà il periodo che io definisco delle “straniere”: prima arrivano due giocatrici spagnole, una tedesca; poi le scozzesi, irlandesi, inglesi e finalmente le neozelandesi. Loro hanno modificato profondamente la mia idea del gioco, della squadra e di tutto ciò che era il rugby.

I sacrifici, non sono tali quando fai una cosa che ti piace profondamente.

Iniziano così le convocazioni con il gruppo della Nazionale, arrivavano i telegrammi: Arezzo il primo. Da allora non credo di essere cambiata molto. Ora sicuramente ho delle responsabilità maggiore nei confronti di queste piccole. Le ragazze del rugby in Sicilia che arrivano e in cui mi rivedo. Arrivano con gli occhi grandi e pieni di sogni, è questa la cosa che sento di più. Purtroppo sono pochissime, disperse in tante città lontane tra loro, anche loro devono viaggiare e volerlo tanto. Io vorrei potergli promettere qualcosa di concreto ma nella nostra regione andiamo a braccio.

Dopo la separazione da mio marito la vita è diventata più dura, più impegnativa, il tempo passa veloce ed io non ne ho mai abbastanza per me stessa. Alla ragazzina che ero, alla donna che sono diventata sul campo e fuori, ho dovuto per forza aggiungere ancora più determinazione. Possiamo dire che sono una pianificatrice, che i cambiamenti non mi piacciono, ma che mi sono dovuta abituare ad imprevisti e delusioni. Ogni giorno è nuovo e diverso e oggi la mia vita e sempre più condizionata dal rugby: Nazionale, regionale, club, non importa il livello in effetti.

Spero che il tempo dedicato porti a dei risultati anche sul territorio, c’è chi pensa che io sia una risorsa per la Sicilia, per queste ragazzine e mi piacerebbe esserne all’altezza. Non voglio deludere nessuno e continuo a viaggiare inseguendo e spingendo sogni, non ho mai smesso. Vista da qui, a Castanea, ogni volta che torno a casa, la vita e il mondo continuano a sembrarmi bellissimi perché ci sono tante cose da fare, sempre “.