Cultura delle sport , parlarne con Vittorio Munari non è mai qualcosa di canonico e scontato. Non lo è il personaggio e il suo approccio alle cose. Munari è Pop ed è per questo che ci troviamo a parlare di rugby alla nostra maniera in questo inizio d’anno.

Antefatto:

Pank: ( messaggino ) “ Vittorio, che ne pensi della cultura sportiva del nostro paese? Della cultura del rugby in particolare? Rugbylja lo ha chiesto a diverse persone del nostro mondo ovale, mi dai una tua opinione?”

Vittorio: ( messaggino ) “ Certo volentieri, chiamami alle Quattordici che ne parliamo.”

Pank ( ore 14.00 cellulare ) “ driiinnnnn driiiinnn… ”

Vittorio: ( cellulare ) “ Ehi, ciao, scusa, perdonami ma sono ancora impegnatissimo, molto preso, ti chiamo io appensa salgo in macchia per tornare a Padova, scusami…”

I fatti.

Vittorio: ( ore 16.00 ) “ Ciao, eccomi, scusa ancora per prima ma sai com’è: il mio amico stava tirando fuori una serie di grappe col salame e non potevo, credimi non potevo, non so se ci siamo capiti, grappe di quelle artigianali col salame delle sue parti…”

Pank: “ Tranquilla Vittorio… vai libero… io ascolto sulle domande che hai letto… J )

“ E allora… io vado a ruota libera, poi vedi tu.

Dunque, faccio spesso conferenze e seminari per aziende, club e organizzazioni sportive e pubbliche su come costruire team di lavoro parlando ovviamente di rugby; e proprio da qui ho preso ormai consapevolezza che la cultura sportiva nel nostro paese è scarsa per una mancanza di base: la scuola o meglio un certo tipo di scuola.

La nostra scuola è senza sport, pratica alcune ore di attività fisica, magari vista come una distrazione dalle materie principali, ma non insegna lo sport come patrimonio di cultura e valori.

Diversamente dalle scuole inglesi – o ancor di più americane – da noi lo sport, praticato e compreso, resta un percorso individuale che un amatore si costruisce da solo; percorso amatoriale sottolineo che ciascuno orienta come vuole o come può.

All’interno delle istituzioni non c’è questa possibilità aperta a tutti e per tutti. Diversamente dai paesi orientati allo sport come valore e tema sociale complesso nel rapporto con gli altri, nel senso della competizione che poi vuol dire vincere o perdere lealmente, accettare il risultato sempre e le regole di gioco, da noi questo manca con conseguenze a catena e di diverso tipo.

Non servono solo le palestre, le strutture, spesso anzi questo è un alibi perché serve invece chi parli di sport e di rugby e chi ne parli come si deve. Affascinando.

Cultura dello sport a scuola significa che tu inizierai a fare attività professionistica su una maturità tecnica maggiore, sarai più predisposto fisicamente, ma significa anche che tutti, chi più chi meno, sapranno comprendere e apprezzare tutte le discipline e cosa significa competere. Le persone avranno una considerazione e una conoscenza dell’attività e della salute fisica maggiore, l’amatore avrà una cultura della pratica sportiva utile alla vita quotidiana ma anche lo spettatore, il dirigente che si occuperà di un club, lo sponsor che sosterrà lo sport, il giornalista che ne parlerà sui media.

E’ una catena virtuosa che non può non essere assimilata che fin da bambini, nelle scuole.

E ripeto, lo sport nella scuola non può essere solo attività tecnica e fisica ma deve essere concepito come divulgazione di letteratura, film, arte, pensieri e valori.

In Italia, invece, manca la consapevolezza che una società civile deve avere, manca la decisione che lo sport è importante per tutti, diversamente da quanto facevano gli antichi a cui magari – a parole – spesso ci riferiamo.

Per questo l’Italia non è un paese di sportivi ma di tifosi, di tifosi che vengono su alla cazzo di cane nel loro senso di appartenenza a un club, ad una maglia, ai loro idoli.

Appartenenza ma nel rugby cosa vuol dire oggi appartenenza?

Me lo chiedo sempre osservando come anche nello sport che amo ( insieme al cibo e alle donne J ) il senso di appartenenza al nostro sport, alla maglia, ai valori che rappresenta sia sempre più debole. E non solo dove il rugby è praticato da pochi ma anche nella sacche dove il rugby ha solida tradizione come ad esempio il Veneto.

Qualcosa anche qui, via via, si perde; forse è un discorso di generazioni ma è sempre più diffuso ovunque che la trasmissione della cultura del nostro sport sia sempre più diluita, superficiale.

E questo perché anche l’appartenenza al rugby avviene attraverso generazioni con poca cultura sportiva che non riescono, non possono, trasmettere la loro appartenenza ad una cultura perché non hanno avuto gli strumenti per acquisirla. Una cultura di base di sport, badiamo bene, su cui poi si innesca la cultura e la pratica del rugby.

E allora una domanda per concludere questa nostra conversazione mi viene e rivolgo per riflettere: ma il Coni, la Fir fanno davvero oggi cultura dello sport e cultura del rugby nel nostro paese? “

Pank: “ Grazie Vittorio, e allora ti saluto, ci vediamo in Sicilia. “

Vittorio: “ Sicilia, dovrò proprio andare in Sicilia, a Scicli nel prossimo futuro, ma di dove sei tu esattamente?”

Pank: “ Taormina, ma ho il club a Marsala “

Vittorio: “ Marsala? Taormina? Alt fermi tutti, ferma!! Io a Taormina ho mangiato in quell’Hotel a mare una delle migliori Paste alle Sarde mai assaggiata, tanto che mi volevo portare lo chef a casa… e Marsala, guarda lì c’è il Passito, io con questa storia del Passito gli faccio la guerra ai Francesi, altro che rugby. Passito e Patè de Foise Gras ma vuoi mettere altro che quei loro vini!” Ma di questo ne riparliamo, ci vediamo in Sicilia e chiama quando vuoi!”